Bello visto da terra, bellissimo visto dal mare.
Più di duecento chilometri di spiagge, baie, grotte, cale, faraglioni.Il tratto più suggestivo è quello fra Peschici e Mattinata, 60 chilometri di scogliera alta e frastagliata orlata da verdissima macchia mediterranea. Dopo Peschici, l’una accanto all’altra si incontrano la spiaggia di Zaiana e la Baia di Manacore, raggiungibili anche in auto scendendo dalla statale fra gli ulivi. Non molto oltre, ecco la sabbiosa Calalunga e Torre Usmai, poi ecco le "palestre" del surf e del windsurf di Punta Lunga e Capo Vieste. Ecco quindi Vieste arroccata sulla roccia che domina il porto dove troverete le barche di Veleblu. Superata Vieste, appare all’improvviso l’inconfondibile faraglione di Pizzomunno, e poco più a sud, l’isola di Gattarella.
Ancora più a sud, già in direzione di Mattinata c’è la sabbiosa Cala di San Felice intagliata nella roccia del capo. Da qui in poi la sabbia lascia posto ai ciottoli. Scendendo ancora, Baia di Campi è una delle insenature più intriganti della costa garganica e subito dopo ecco la baia di Pugnochiuso. Un’icona del Gargano sono i due faraglioni di Baia delle Zagare, che affiorano a pochi metri dalla riva e dalla scogliera a strapiombo. Prima di Mattinata, ancora una sorpresa la regalano Vignanotica, la preferita di Veleblu, lingua di ciottoli incastonata fra pini e ulivi di un’alta falesia di roccia bianca, e la spiaggia di Mattinatella. Lidi quieti e ghiaiosi, adatti a chi ha bambini e ama un mare più tradizionale, denotano Mattinata, con villaggi turistici e ristorantini a filo d’acqua. Una delle caratteristiche del Gargano sono le grotte. Sarebbero una trentina le cavità marine che traforano come un merletto l’intera costa. Qualche esempio? La Grotta Sfondata Grande, la Grotta Rossa due Occhi, la Grotta Calda, la Grotta Smeraldo, la Grotta dei Serpenti, la Grotta Rossa, detta anche dell’Occhio Magico, per via delle sfumature cangianti assunte dall’acqua.
Il nome Trani deriva da Tirenum o Turenum. Secondo un'antica leggenda Trani fu fondata da Tirreno, figlio di Diomede. Ricordata nella Tabula Peutingeriana, Trani acquistò prestigio dopo la distruzione di Canosa ad opera dei Saraceni e con i Normanni conservò molte autonomie che le permisero la compilazione dei cosiddetti Ordinamenta Maris, il più antico codice marittimo del Medioevo. Trani fu splendida sotto Federico II che la munì di un Castello. Decadde con gli Angioini, riacquistò prosperità nel '400 ma sfiorì definitivamente all'epoca del dominio spagnolo; agli inizi del '600 fu sede di una Università di studi giuridici. Il centro storico di Trani è ricco di stupende chiese e di palazzi nobiliari, testimonianza di un passato illustre. Il nucleo più antico si organizza intorno al porto e su una penisoletta che culmina con la Cattedrale stupendamente orientata sul mare. Tra i palazzi più importanti di Trani ricordiamo il Palazzo Caccetta, il Palazzo Quercia e il Palazzo Bianchi, nobili costruzioni del XVIII secolo. La Cattedrale di Trani è senza dubbio una delle più belle Chiese del romanico pugliese e, più in generale, tra le più suggestive d'Italia. Proggettata in ideale posizione scenografica, testimonia lo splendore della Trani Medievale. Dedicata a S. Nicola Pellegrino, fu fondata nel 1907 sopra l'antica Chiesa di S. Maria. Ebbe varie fasi costruttive, ma la spinta maggiore alla costruzione fu data dal 1159 al 1197. La facciata ha una vasta superficie liscia di una pietra bianco-rosata, sobriamente ornata da poche aperture: una monofora, un occhio e tre finestre allineate di cui la mediana più grande e riccamente decorata, affiancata da due leoni e due elefanti su mensole. La parte inferiore è fasciata da una teoria di arcatelle cieche mentre bellissimo è il portale chiuso dalla stupenda porta bronzea di Barisano da Trani (1180). Il campanile, della prima metà del '200, è a firma di Nicolaus sacerdos et Protomagister. Allinterno del duomo di Trani vi è una divisione tra la Chiesa superiore, manomessa nell'800 e recentemente restaurata, e la chiesa inferiore dedicata a S. Maria della Scala con l'annessa cripta di S. Nicola. Sotto la Chiesa di S. Maria è l'ipogeo di S. Leucio.
Con un mandato del 29 gennaio 1240, da Gubbio, Federico II di Hohenstaufen ordinò l'acquisto di materiale da costruzione per il Castrum apud Sanctam Mariam de Monte , originaria denominazione del castello derivante dalla presenza di una vicina abbazia benedettina ormai distrutta. Costruito direttamente sul banco roccioso, l'edificio domina il paesaggio della Murgia con la sua forma poligonale, delineata da cortine compatte in cui si aprono al piano inferiore monofore a tutto sesto, al primo bifore goticheggianti e un'unica monofora rivolta verso Andria, città molto cara a Fedrico II per la sua costante fedeltà. Il numero otto e la forma ottagonale rappresentano gli elementi caratterizzanti di Castel del Monte; attorno al cortile ottagonale si dispongono infatti sia al piano terra che al primo piano otto sale a pianta trapezoidale, a formare un ottagono, sui cui spigoli si innestano otto torri di analoga forma. Il castello è inoltre fortemente connotato dalla coesistenza di matrici culturali profondamente differenti, ma perfettamente integrate fra loro, tutte strettamente connesse alla poliedrica personalità di Federico II. L'eco dell'arte romanica si coglie nei leoni aggettanti del portale monumentale, mentre la matrice gotica è evidente nelle ogive di portali e volte, nei capitelli a crochet e nell'espressionismo di telamoni e mensole delle torri scalari; influenze classiche sono, invece, evidenti nei fregi e nelle cornici delle porte-finestre affacciate sul cortile, nelle foglie di acanto di alcuni capitelli in marmo, nell'impaginazione del portale. I resti del mosaico pavimentale nell'VIII sala a piano terra e l'utilizzo di materiali diversi - pietra calcarea, marmo venato, breccia corallina - rinviano, invece, all'area islamica. Questi materiali di colore diverso dovevano creare effetti cromatici di grande suggestione: pietra calcarea nei paramenti murari, breccia corallina nelle monofore e nei portali, marmo nei pilastri al primo piano. Lastre di breccia corallina e di marmo probabilmente rivestivano in origine anche le pareti delle sale. Profondamente diverso dagli altri castelli svevi, particolarmente numerosi in Puglia, Castel del Monte appassiona ancora oggi gli studiosi per la sua incerta destinazione d'uso. Sebbene privo di alcuni degli elementi tipici dell'architettura militare medievale, quali il fossato, il castello, ben visibile a grande distanza, svolgeva un ruolo importante all'interno della rete castellare federiciana, come anello di congiunzione fra la linea difensiva costiera e quella dell'entroterra. Acquistato dallo Stato italiano nel 1876, Il Castello è oggi affidato alla Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio delle Province di Bari e Foggia, ed è sede di mostre, concerti, conferenze e iniziative culturali, è il monumento-museo più visitato della Puglia.
Non è difficile apprezzare i pregi della città di Barletta perché ovunque, negli intricati vicoli del borgo come nelle larghe vie del centro, l'attenzione è catturata da monumenti spesso imponenti. Dal medioevo all'età moderna ogni epoca ha lasciato sue testimonianze. Il famoso colosso di bronzo, la cattedrale, in cui gotico e romanico convivono in armonia, i palazzi, espressione dei miglior rinascimento pugliese, sono solo alcuni dei monumenti che la città offre a chi sappia goderne. La più antica notizia relativa alla presenza di una grande statua di bronzo esistente a Barletta risale al 1309. Comunemente è chiamata Eraclio nella variante popolare e dialettale di "Aré". L'identificazione con il suddetto imperatore bizantino è in realtà stata assolutamente esclusa. Molto più probabile è la sua identificazione con un altro imperatore d'oriente, Teodosio II. La figura bronzea rappresenta un uomo dell'apparente età di quarant'anni, rappresentato nel momento di maggior gloria di quell'imperatore in tutto l'Impero. Molto probabilmente la statua sarebbe stata elevata a Ravenna. L'ipotesi più "antica" sulla presenza del colosso a Barletta, risale al '600, e alla penna di un gesuita che affermava essere stata gettata sulla spiaggia di Barletta da una nave veneziana di ritorno da Bisanzio dopo il saccheggio del 1204. Per numerosi motivi tale 'leggenda' è ormai esclusa mentre più probabile è che il trasporto in Puglia del preziosissimo bronzo sia avvenuto su ordine dell'imperatore svevo Federico II inserendosi nel clima culturale della renovatio imperii promossa dallo svevo. La statua, restaurata e reintegrata delle parti mancanti già in età medievale, marca con la sua presenza il tessuto urbano di Barletta già dal pieno medioevo avendo mantenuto l'attuale collocazione. Il Colosso di bronzo si presenta come una statua alta 4,50 metri, paludata di vesti imperiali tardo romane e bizantine come l'evidente diadema incastonato nella corona imperiale e la veste da capo militare di altissimo rango. La croce nella mano destra e la sfera nella sinistra sono i simboli della regalità imperiale. Le tozze gambe furono ricostruite nel medioevo perché certo che le originali furono fuse per ottenere due campane nel XIV secolo. Non è possibile datare con precisione l'origine del castello di Barletta, il cui aspetto attuale è chiaramente quello di una fortezza cinquecentesca ma la cui origine va molto addietro nei secoli. Gli storici locali parlano di una "poderosa rocca eretta dai Normanni nella seconda metà del XII sec. a difesa della città, caposaldo militare della linea difensiva dell'Ofanto" allorquando "erano frequenti le incursioni dei pirati che depredavano le coste dell'Adriatico". Il primo documento scritto è in un decreto del 1240 con cui Federico II includeva l'edificio tra i castelli del Giustizierato di Terra di Bari. Tra le testimonianze di questo periodo rimane unica l'aquila sveva, simbolo dell'autorità federiciana, ora murata nella lunetta della finestra a destra di chi entra nell'atrio. Con gli Angioini il Castello, come tutta la città, ebbe un nuovo assetto ad opera di Pietro d'Angicourt, il famoso architetto francese che contribuì alla diffusione in Italia meridionale del linguaggio gotico. Vero braccio destro di Carlo d'Angiò, L'Angicourt, che a Barletta possedeva due case, modificò ed ampliò il castello. Gli Aragonesi riportarono l'edificio all'originaria vocazione difensiva, facendone una fortezza inespugnabile ed una vera e propria macchina da guerra Ferdinando I d'Aragona nel 1461, all'indomani della sua incoronazione avvenuta nell'adiacente cattedrale, assediato da eserciti filo-angioini, vi si rifugiò fino all'intervento dello Scandeberg. Nel 1527, come ricorda una targa all'entrata, persino l'imperatore Carlo V, cui si deve in definitiva l'attuale assetto della fortezza, partecipò alla storia dell'edificio, aggiungendo il fossato ed i 4 bastioni angolari. In seguito non ci furono interventi di rilievo fino al 1867 quando nel corso di un'asta pubblica il Comune di Barletta lo acquistò per la somma di L.30.000, concedendolo poi all'autorità militare che ne fece un deposito d'armi ed un carcere. Nel 1976 un complesso intervento di restauro ha consolidato la struttura, facendone la sede delle collezioni del museo-pinacoteca della città.
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